Se pionieri quali Francisco Pizarro o Hernàn Cortes non avessero iniziato, un tempo, i loro viaggi d’esplorazione, probabilmente a quest’ora non avremmo la “nostra” bella globalizzazione moderna.
Non bisogna addossare colpe a Spagna o Portogallo, anzi. Con la sottomissione diretta delle popolazioni precolombiane, le potenze iberiche hanno potuto usufruire di materiali d’oro altrimenti non raggiungibili: era l’inizio del commercio mondiale.
Un processo commerciale, cioè, che, come spiegato da Adriana Castagnoli ne “Il mercato planetario”, trova la sua massimo espressione nella conseguente internazionalizzazione. Le diverse imprese creano repliche di se stesse su larga scala, andando ad impiantarsi in territori stranieri dei quali non conoscono che il nome, spaventosamente ossessionate dal concetto di “profitto”. Svegliarsi, fare soldi. Lo dicono anche i “Twenty-one pilots” in inglese, ma la sostanza è sempre la stessa. “Wake up, U need to make money!”.
Il benessere di cui godono, per fortuna, due famiglie borghesi su tre, ha portato gli uomini ad una voglia di rivalsa continua gli uni sugli altri: efficienza, competività, guadagno, furbizia. Soltanto l’uomo astuto ed ignorate può inserirsi nel mondo della globalizzazione, in un ambiente, cioè, in cui onestà, valori ed educazione giacciono vessati dalla loro stessa importanza. Si creano imperi commerciali dovunque. Il piccolo imprenditore dell’impresa a conduzione familiare governa sul suo mondo circoscritto, del tutto ignaro d’essere la marionetta di un burattinaio più grande, il dio denaro.
Non c’è dio che si preghi sulla Terra se non il dio denaro.
La globalizzazione va di pari passo con l’omologazione. Serge Latouche, su “Il pianeta uniforme”, ci spiega che questo è un processo culturale oltre che economico. “Si trova sempre una tendenza a uniformare modelli di vita e modi di pensare”. L’omologazione economica dipende dal movimento. C’è bisogno di sfamare masse di persone dovunque esse vadano; a questo proposito ci sono le aziende dislocate nel mondo. Colossi mondiali padroni del nostro stesso tempo e dei quali noi ci facciamo ignari promotori: Adidas, Nike, Coca-Cola- McDonald’s, H&M, Ralph Lauren, giusto per citarne alcuni. Si è provato, tuttavia, a trovare un sistema socioeconomico diverso da quello attuale. Inutile dire che i primi tentativi sono falliti miseramente. La globalizzazione, le cui direttive provengono dalle potenze mondiali occidentali (vedi a titolo d’esempio gli USA), finisce sempre per risolvere un problema a scapito di un altro, il vantaggio immediato piuttosto che quello a lungo termine. Il mercato economico globalizzato è fine e mezzo di se stesso, non ha altro scopo che la stabilità delle sue strutture. Le grandi case della moda lanciano sul mercato abiti diversi a distanza minima di tempo gli uni dagli altri, invogliando, in tal modo, il consumatore ad impossessarsene.
“La globalizzazione apre enormi spazi di mercato ed opportunità di sviluppo alle economie e alle classi sociali che hanno gli strumenti finanziari e produttivi, ma esclude automaticamente le economie più deboli dalla competizione globale” sostiene Manlio Dinucci, andando a delineare, in tal senso, un’idea di globalizzazione sempre più difficilmente penetrabile e che trova anche nell’Internet e nei mezzi dell’informazione un ventaglio di proporzioni abnormi. Media, pubblicità; la globalizzazione riesce a parlarci senza alcun preambolo dalla TV di casa nostra, illudendoci, in tal modo, di farne parte.
Basta infatti avere un dominio di posta elettronica ed un accesso ad Internet e si veicolano somme di denaro con un semplicissimo click. L’essere umano è oramai preda di un senso di totale comodità che lo porta ad avere ciò che desidera stando piazzato difronte ad un PC.
Quando un tempo bisognava uscire di casa ed andare al mercato per comprare da mangiare, adesso è il mercato che cerca noi, violando, in tal modo, un’atmosfera di valori umani che sembriamo aver ormai dimenticato.