Philip Roth: saluto ad uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi 1

Philip Roth: il saluto di Led ad uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi

Philip Roth: saluto ad uno dei più grandi scrittori di tutti i tempiLa critica letteraria di tutto il mondo lo ricorderà come uno degli artisti più premiati di sempre, anche se il suo nome, quel “Philip Roth” stampato su più di trenta copertine, non è mai piaciuto alla giuria svedese del Nobel.
Troppo irriverente, scandaloso, scomodo e blasfemo per certi aspetti, questo è quello che in Svezia hanno sempre pensato su di lui. Il Nobel è l’unica cosa a non aver mai ritirato; per il resto, tutto quello che nel mondo della scrittura c’era da vincere, l’ha vinto lui.
Philip Roth, uno dei massimi scrittori americani di tutti i tempi, si è spento ieri 22 maggio 2018 all’età di 85 a New York. È morto per insufficienza cardiaca, come dichiarato dal suo agente Andrew Wylie, conosciuto dai più come “lo sciacallo”.
Più che doveroso è spendere qualche riga in merito alla vita di Roth: ebreo (sarà il sentimento ebreo la vera matrice costante in tutti i suoi scritti), vive e cresce a Newark, nel New Jersey, da una famiglia della piccola borghesia della città. Qui il suo mondo fatato gli è d’ispirazione per i grandi temi che ritorneranno come cardini nella sua opera: religione, sesso, politica e speranze giovanili, le stesse incarnate dall’ideale del mito americano, vero grande bacino dal quale l’autore attinge molto dei suoi caratteri.
Debutta con Goodbye, Columbus nel 1959, scritto ad appena 26 anni, quando ancora si stava laureando presso l’Università di Chicago. Lo scandalo lo si ha solo con Lamento di Portnoy, vero capovolgimento ideale dei valori ebrei e non solo tanto pavoneggiati nelle tranquille case americane.
Il protagonista, un ragazzo ebreo forse alter ego dello stesso Roth (frequente è la presenza in Roth di un altro lui, una controfigura che ne fa, seppur indirettamente, le veci), confessa i suoi turbamenti e le sue preoccupazioni ad Alexander Portnoy, psicoanalista che resta muto durante tutta la confessione.
La consacrazione all’Olimpo degli scrittori, tuttavia, arriva solo con Pastorale Americana, la quale gli vale il Premio Pulitzer, anticipazione di tanti altri titoli ed onorificenze che ne consolideranno la fama. È la storia dell’America, lo specchio fedele delle sue ipocrisie, credenze, atteggiamenti e mode, indagate sotto la luce razionale e demistificatoria di un nuovo modo di pensare. Irrompe poi un secondo alter ego, il professor Coleman Silk, il quale vive le sue vicende personali in La macchia umana e Ho sposato un comunista.
Il suo stile, sincero, irriverente e sempre giovanile, si lega ad un lessico ricercato ma colloquiale, che non rifugia in alcuna espressione ampollosa ma comunica, al contrario, un vivo realismo.
Prima ancora di leggere e comprendere Roth ci si riconosce nei suoi personaggi, sentiti come uomini colti da sentimenti quotidiani e sinceri prima ancora che come costruzioni letterarie astratte. Roth è stato il testimone del sentimento, dell’eros e della voglia di vivere.
Nel 2012 Roth annuncia pubblicamente ad un’emittente francese, Les Inrockuptibles, di aver deciso di non scrivere più. Dice di non avere più niente da raccontare, e che quello che voleva dire lo ha già detto abbondantemente in più di 30 racconti. In realtà è anche una malattia fulminante alla schiena a tenerlo lontano dalla scrittura; per poter buttare già qualche riga, confessa, deve restare su di piedi e munirsi di un leggio.
La vita è uguale per tutti, e al suo appello non ha potuto sottrarsi neppure uno dei più grandi e più prolifici scrittori di tutti i tempi.
Citando Roth: “Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile”.

 

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