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I Trattati di Roma – Viaggio a ritroso, Bruxelles 1982: così re Baldovino del Belgio celebrava il 25° anniversario dell’Unione

Come utile cartina di tornasole, alla riscoperta di radici vitali per il nostro futuro, mentre riecheggiano vivissime le immagini e cronache della giornata di celebrazioni romane per i 60 anni da quel decisivo 25 marzo 1957, torniamo insieme ad un’altra  solenne  celebrazione di quello storico momento,  il 25° anniversario della firma dei Trattati.I Trattati di Roma - Viaggio a ritroso: così re Baldovino del Belgio celebra il 25° anniversario
Ebbe luogo il 29 marzo 1982 al «Palais des Acadé-mies» di Bruxelles, alla presenza, come oggi a Roma, di tutti i capi dei governi dei Paesi rientranti nell’Unione che, dal lontano 1957, erano intanto giunti a 10, con l’ingresso della Grecia l’anno prima. A gennaio dell’82 è, invece, la Groenlandia, entrata nell’Unione come parte della Danimarca, optò per uscire: Groexit (ante litteram!).
Sua Maestà re Baldovino del Belgio parlò  agli uomini e donne europee di inizio anni ’80 con sentita passione e a ripercorrere i passaggi del suo discorso torniamo sul passato rivivendo parte del nostro vissuto di cittadini, partecipi della Storia che ancora ci invita ad una Comunità allargata e più unita nel progresso civile e nella crescita  diffusa.
Quanto delle sue parole merita, ancora oggi,  di essere riconosciuto come attualissimo progetto, in costante divenire?                                            *    *    *

“La celebrazione del XXV anniversario del trattato di Roma ci deve in primo luogo indurre a riconoscere e a mettere in rilievo l’importanza dei risultati ottenuti grazie allo slancio iniziale ed all’iniziativa della Comunità europea.
Benché ci assalga il peso delle preoccupazioni mondiali, benché ci rammarichiamo di non aver ancora raggiunto tutti i nostri obiettivi europei,non bisogna sottovalutare quanto è stato acquisito e messo in comune in questi 25 anni.
Al momento della firma del trattato di Roma, distinguevamo giài nostri obiettivi ultimi dagli impegni immediati. I nostri scopi politici erano ¡scritti nel preambolo del trattato del 25 marzo 1957, in cui ci dichiaravamo determinati a «porre le fondamenta di una unione sempre più stretta fra i popoli europei». Ma i nostri impegni giuridici, intervallati nel tempo, derivavano dagli articoli del trattato: essi ci impegnavano alla creazione di un mercato comune che veniva ad affiancarsi alla Comunità del carbone e dell’acciaio nata nel 1953. Quandosi iniziò nel 1970 la fase di applicazione del trattato di Roma, ciascuno dei nostri impegni giuridici era stato mantenuto: la soppressione delle barriere doganali interne, la libera circolazione delle persone, dei servizi, dei capitali e delle merci, la stabilità e la sicurezza delle produzioni agricole e del loro commercio.
Le politiche si aprivano alle idee dell’integrazione economica, energetica e monetaria. La Comunità si allargava a nove, quindi a dieci paesi. Da allora essa tratta l’adesione della Spagna e del Portogallo. Ha stretto solidi legami di associazione reciprocamente vantaggiosi con una sessantina di Stati del Terzo Mondo.I Trattati di Roma - Viaggio a ritroso: così re Baldovino del Belgio celebra il 25° anniversario dell'Unione
Se dovessimo prendere in considerazione solo i risultati puramente economici e commerciali, non potremmo non riconoscere la giustezza della profezia di Paul Hoffman, amministratore del piano Marshall,che nel 1950 ebbe a dichiarare che gli europei avrebbero avuto la possibilità di triplicare i loro prodotti nazionali, se avessero realizzato il Mercato Comune.
I nostri impegni comunitari quindi sono stati fecondi: coloro che hanno scritto il trattato di Roma e ne hanno regolato il funzionamento non si sono ingannati: essi hanno saggiamente gettato le fondamenta di uno sviluppo progressivo che si è realizzato.

Consentite a uno di coloro, che hanno potuto seguire tutte le vicende di questa progressione comunitaria, di rendere omaggio alla pleiade di statisti, di parlamentari, di membri della Commissione e della Corte europea, di funzionari europei che vi hanno contribuito. Il Belgio, con la mia voce, li ringrazia di tutto quello che hanno fatto per l’Europa.
Nel tradurre in atto gli impegni del trattato, abbiamo realizzato una parte degli scopi politici che volevamo raggiungere. Delegando alla Comunità europea, in settori ben delimitati, un frammento della propria sovranità, i nostri Stati hanno creato un modello assolutamente nuovo di istituzione politica, che supera sotto certi aspetti il grado di integrazione generalmente riconosciuto alle confederazioni di Stati.
Grazie all’abitudine in tal modo acquisita di lavorare insieme, ci siamo spinti più innanzi: si è visto l’inizio di un’unione in una serie di settori economici, sociali, monetari, energetici, e da dieci anni la cooperazione si è progressivamente estesa a settori essenziali della politica estera. Lo stesso slancio ha permesso di far eleggere il Parlamento europeo a suffragio universale diretto e di rafforzarne i poteri di bilancio.
Di fronte a un sommario obiettivo delle convergenze comunitarie già raggiunte non ci si sottrae a due sentimenti contraddittori la fierezza e l’insoddisfazione! Ci rallegriamo di aver in parte sconfitto l’eccesso di nazionalismo esasperato in Europa del secolo XIX; ma in un mondo che non è già più quello degli albori della Comunità, ci resta poco tempo, scriveva Louis Armand nel 1968, per costruire un’Europa diversa da quella che avevamo previsto e che corrisponda alle esigenze dell’era planetaria.

In 25anni il fermento della vita e della giovinezza del mondo si è rapidamente spostato verso l’emisfero sud: là si concentrano i bisogni più clamorosi dell’umanità e noi non possiamo ignorarlo. In questa situazione nuova, i popoli europei costituiranno a breve scadenza appena la percentuale corrispondente al posto che occupano sulla terra i nostri territori: solo il 5%!
Nello stesso tempo, ad un accresciuto sviluppo dell’economia europea ha corrisposto una sua sempre maggiore dipendenza dalle sue lontane fonti di rifornimento.
Infine,in un mondo in cui la corsa agli armamenti minaccia tutta l’umanità, ¡ problemi della sopravvivenza trascendono ciascuno dei problemi di cui la Comunità economica europea si fa carico e si attenua la distinzione fra l’economia e la politica estera: tutti i problemi europei hanno oggigiorno un carattere profondamente politico!
Essi riguardano la nostra sicurezza e la nostra esistenza.
L’indipendenza dell’Europa è molto relativa, mentre la sua dipendenza è ben più evidente. È importante trovare il modo di renderci interdipendenti rispetto agli altri grandi interlocutori della scena mondiale.
La nostra sicurezza richiede in primo luogo il mantenimento dei vincoli di alleanza che ci uniscono ai nostri amici e interlocutori dell’America settentrionale. Ma questa difesa comune diventerebbe essa stessa precaria se ciascuno non se ne assumesse l’onere che gli compete e se gli interessi propri dell’Europa e quelli dell’America settentrionale non fossero preservati da un dialogo permanente.

Con i paesi dell’emisfero sud abbiamo stabilito un complesso di relazioni che tendono a privilegiare le zone il cui sviluppo incontra il maggior numero di ostacoli: il nostro sforzo di interdipendenza deve portarci a stabilire con loro un flusso continuo di relazioni soddisfacenti per le nostre economie, relazioni che però per questi paesi possano costituire a lungo fonte di speranza.
Con gli Stati dell’Europa centrale e orientale infine, quali che siano le divergenze ideologiche che ci separano, bisognerà pure giungere a negoziati in cui la legittimità della nostra preoccupazione della libertà dei mari, sola garanzia della sicurezza dei nostri rifornimenti industriali, sia affrontata come un problema vitale al di là dei problemi della difesa.
Tutto ciò deve essere dominato da un’ultima riflessione: la Comunità europea si è sviluppata in un periodo di tregua delle tensioni di un mondo che era bipolare, ma le relazioni sono adesso multipolari e tutta la terra deve trovare nuovi equilibri.
Intanto le tensioni si moltiplicano e neanche l’Europa vi si sottrae.
Non interverremo uniti per edificare un nuovo ordine mondiale?
Non ci daremo il compito di promuovere in tutte le direzioni, relazioni eque che garantiscano la pace europea nello stesso tempo che quella altrui?

Come potremmo affrontare questi compiti senza mettere avanti gli obiettivi e i mezzi di azione comune che le nuove situazioni richiedono?I Trattati di Roma - Viaggio a ritroso: così re Baldovino del Belgio celebra il 25° anniversario dell'Unione 1

lo credo che solo una visione comune, una diplomazia attuata in comune ed una solidarietà europea potranno trionfare di questa nuova sfida.
È questo che il trattato del 1957 definiva «una unione sempre più stretta». Questa stessa cosa voleva ancora il vertice di Parigi del 1972, quando decise di portare a termine «l’unione europea». Da allora sono trascorsi 10 anni!
Sono convinto che non possiamo più indugiare. È giunto il momento che i capi di Stato e di governo dei 10 paesi membri della Comunità propongano, di fronte alle gravi realtà che dobbiamo affrontare, un decisivo rafforzamento di ciò che ci unisce.
Il XXV anniversario del trattato di Roma è l’occasione per compiere questo dovere.”

 

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